La casa editrice Fly Line

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Fly Line Magazine - Rivista, Libri e Speciali sulla Pesca con Mosca Artificiale

Il suo nome è Fly Line.
Grazie ad essa i fiumi avranno sempre meno segreti per il pescatore a mosca.
In questa rivista la passione diventa cultura e la cultura semplicità.

 
Fly Line n. 3 maggio/giugno 2012

cop_3-2012EDITORIALE

Mai come oggi la pesca a mosca ha avuto tanto bisogno di recuperare i due elementi fondamentali della sua esistenza: l’ambiente e l’etica. L’ambiente purtroppo è in caduta libera, lo sappiamo: tra danni antropici, speculazioni, siccità, prelievi, calo esponenziale della massa biotica (sfarfallamenti e conseguenze) non abbiamo tanto da rallegrarci. L’etica non si capisce bene se si sta evolvendo od involvendo, intendendo però l’evoluzione non in senso darwiniano, bensì come peggioramento o miglioramento. Con “etica” s’intende ciò che caratterizza la pesca a mosca, vale a dire un sistema che ha integrato la massa necessaria al lancio di un insetto finto nelle lenza stessa, il cui volteggio esige l’apprendimento di una relativa abilità. È l’esca, qui, ad essere senza peso, salvo i cosiddetti “casi disperati” che sempre più spesso rappresentano la normalità. Tale esca è artificiale ed imita il cibo naturale dei pesci. Lo sapevate, vero?

È vero anche che la tecnologia ha fatto passi da gigante, ed anche se talvolta è un bluff, certi passi sono stati fondamentali. V’immaginereste pescare con canne in greenwood, code in seta o crine intrecciato e finali in gut? A proposito, sapete cos’è il gut? Se no, lo imparerete in quest’uscita. Dicevo, l’attrezzatura è certo migliorata, ma ormai siamo al limite: un suo ulteriore “miglioramento” (ammesso che sia possibile) paragonabile a quello tra gut e nylon andrebbe a vanificare la parte che compete al pescatore: non si andrebbe più a pescare, ma vi si porterebbe la canna. Già un po’ avviene con carp-fishing: si va al carpodromo all’imbrunire, si monta la tenda, la brandina, si collocano le canne coi sensori ad allarme sonoro e poi si va a dormire. Se la carpa abbocca la canna ti sveglia. Prima o poi inventeranno una canna che salpa il pesce e ti sveglia al mattino, col caffè.

La tecnologia va bene, purché rimanga al nostro servizio, anziché divenire lo scopo. Quando prevarica il nostro rapporto con l’ambiente non siamo più pescatori, ma vittime inconsapevoli della meccanizzazione, degli slogan e degli imbambolamenti pubblicitari.

Sull’ambiente il discorso è più complesso. Oggi la scelta tra acque libere e ghetti più o meno ben gestiti è quasi obbligata. Le acque libere sono abbandonate da tutti eccetto che dagli speculatori e, tolti i riali minori ed i ruscelli lontani dalle strade, che non tutti hanno modo, o piacere, di frequentare, lasciano ben poca speranza per una soddisfacente uscita di pesca, con poche eccezioni. Oggi infatti c’è un nuovo popolo, il popolo del no kill. È un popolo che un po’ gode ed un po’ soffre della situazione, è inevitabile: noi Ponok (popolo del no kill) vorremmo che i no kill fossero fiumi abbastanza naturali, ben popolati (anche ben ri-popolati, in alternativa), e soprattutto ben gestiti nel nome del rispetto ambientale... a parole. Ma poi va bene qualunque acqua a basso costo raggiungibile con tragitti brevi, purché popolata di grosse trote sulla cui qualità non bisogna sindacare.

Chi è diventato pescatore negli ultimi anni non può far confronti etici o ambientali col passato, può solo leggerne o sentirlo raccontare da chi ha più esperienza, e non ha memoria di quando, con la semplice licenza nazionale (ed al massimo con la tessera Fips), poteva pescare praticamente ovunque. Oggi occorre avere in tasca decine di tessere, permessi, quote di bacini, licenze regionali, e spesso pagare in aggiunta permessi giornalieri. È un po’ come la televisione digitale: si dispone di una moltitudine di canali, ma il 90 % cercano di vendervi qualcosa, il restante funziona mezz’ora sì e mezz’ora no, e quelli privati sono solo a pagamento. I pescatori a mosca che si ricordano di Carosello dovrebbero passare più tempo con i pescatori a mosca nati nel digitale, soprattutto per spiegare loro che il mondo, oggi, è così perché è così che lo abbiamo fatto noi. Magari loro faranno meglio.

 

 
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